Agrigento Complesso di Santo Spirito I tesori della Badia Grande

Tourism Italia Redazione

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L’Ex convento della Bataranni per secoli ha accolto le figlie delle famiglie nobili dellà città. Nascosto nel centro storico, vanta una chiesa dagli spettacolari stucchi di Giacomo Serpotta

All’estremità orientale del centro storico di Agrigento, il complesso monumentale di Santo Spirito prospetta su una piazzetta un pò defilata, al confluire fra una stretta strada e una delle tante scalinate che collegano i diversi livelli dell’accidentata urbanistica medievale del capoluogo. Le facciate contigue della chiesa e dell’ex monastero occupano un lato dello slargo, ma la dorata superficie di pietra tufacea, la stessa usata per i celeberrimi templi della valle che si estende a pochi km di distanza, sembra curiosamente fuori posto fra le squadrate palazzine moderne e le automobili.

Come un avanzo del passato risparmiato solo per caso del trascorrere del tempo. La storia dell’edificio inizia a fine ‘200 quando Marchisia Prefoglio, una delle donne più nobili e ricche di Girgenti (così dall’arabo Kerkent, si chiamava all’Epoca Agrigento), volle donare un edificio di sua proprietà alle monache cistercensi perchè vi realizzassero un convento.

Marchisia era la vedova di Federico Chiaromonte, capostipite di una famiglia che con i suoi figli, Manfredi, Federrico e Giovanni, sarebbe diventata nel volgere di qualche decennio una delle più potenti delle Sicilia. L’edificio originariamente costruito come hosterium (palazzo fortificato), aveva già le caratteristiche dello stile conosciuto come chiaromontano, un stile eclettico che mescola in armonia elementi bizantini, arabi, normanni, spagnoleggianti. Il tratto più riconosciuto sono le modanature in pietra a zig-zag inserite in portali e finestre a sesto acuto, qui testimoniate in maniera paradigmatica dall’ingresso, fiancheggiato da bifore, dell’aula Capitolare.

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Agrigento Complesso di Santo Spirito I tesori della Badia Grande

Una “prigione” di LUSSO PER RECLUSE DI ALTO RANGO

Fin dall’inizio il monastero delle vergine si Santo Spirito (o Bataranni, Badia Grande, come venne chiamato dagli agrigentini per le sue ragguardevoli dimensioni) fu uno dei conventi più ambiti dalle famiglie nobili per le proprie figlie, ed ecco perchè, come risulta dai documenti antichi, le badesse erano sempre esponenti dell’aristocrazia più illustre.

Fu così in tutti i secoli seguenti, e il monastero crebbe grazie alle ricchezze delle monache che, per quanto recluse, mantenevano comunque il loro rango. Un rango che la momento , della confisca dei beni ecclesiastici, disposta con le leggi eversive del 1866-67, non ebbe alcun peso: Il monastero venne incamerato dal novello Regno d’Italia e le suore sfrattate senza troppi complimenti.

Oggi le sei monache rimaste vivono in un moderno convento, costruito accanto al vecchio e si sostentano vendendo i loro dolci, tutti preparati sulla basse di antiche ricette custodite gelosamente. Il più famoso è il couscous dolce profumato di pistacchio, ma ci sono anche le conchiglie di marzapane ripiene di pistacchio e i dolcissimi biscotti ricci. Una sosta nel piccolo punnto vendita sulla piazzetta è irrinunciabile corollario di ogni visita.

Dalla Pietra medievale agli stucchi barocchi

La visita può iniziare dalla piccola chiesa, il cui ingresso si trova a sinistra di quello dell’ex convento. Oltre il portale, l’austerità della pietra medievale cede il passo alla ricca decorazione barocca realizzata nel 1709 da Giacomo Serpotta. Il grande maestro palermitano, uno dei più importanti artisti italiani del ‘700, decorò interamente l’unica navata della chiesa con candidi stucchi, originariamente arricchiti da tettagli in oro. Alle pareti quattro grandi pannelli ad altorilievo illustrano episodi del Nuovo Testamento( Natività, Adorazione dei Magi,Presentazione al Tempio e Fuga in uEgitto) ma lo sguardo viene subito catalizzato dalla grandiosa decorazione dell’abside: un imperioso Padre Eterno e la colomba dello Spirito Santo, circondati da angeli e cherubini ruzzanti, dominano dall’alto le figure adoranti dei santi Bernardo e Benedetto.
Serpotta aveva studiato l’esatto posizionamento di un foto collegata all’apertura del tetto, dal quale a metà giornata presentava una lama di luce. Alle 15.00 andava a postrarsi sul Crocifisso in cima all’altare, con effetto scenografico garantito.

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Due anni dopo, il pittore Giacomo di Stefano non volle essere da meno e, nello spettacolare trompe l’oeil che simula la profondità della cupola, inserì una finestra con “vetri” di madreperla: la luce, colpendoli, li fa risplendere con delle vetrate, dando la sensazione che l’apertura sia reale.

Una sorpresa nell’aula capitolare

Dopo questo “tuffo” nella ricchezza decorativa del Barocco, gli spazi dell’ex-monastero si fanno aust.eri. Passando da quel che resta del chiostro, un leggiadro giardino in cui crescono melograni e aranci, al pianterreno si visitano al cappella, con splendida volta a crociera, e l’aula Capitolare, in fondo al al quale nel 1989 è stato scoperto un’ambiente murato: qui, secondo la tradizione venne sepolta Costanza Chiaromonte, nipote di Marchisia e moglie ripudiata di Francesco Ventimiglia.

Infatti il vaso refettorio, di oltre 300 metri quadrati, scandito da archi ogivali a sesto acuto. Al piano superiore, al refettorio corrisponde un salone di uguale grandezza, un tempo dormitorio, con nicchie alle pareti che si suppone fossero”armadietti” delle monache.

Qui delle tre stanze vicine da un paio di anni è allestito il percorso museale “Frammenti di Storia”, una collezione di materiali ceramici e lapidei e di reperti archeologici che restituiscono ciascuno un “frammento” della storia di Agrigento. Sono oggetti di varia provenienza, sopratutto recuperati da palazzi e chiese non più esistenti, come la lapide marmorea del 1293 rinvenuta per caso in magazzino, la raccolta anfore del VI e il II sec. A.C. i vasi di ceramica del ‘700 e ancora capitelli, teste di piatti e di santi, dipinti.

L’ambiente più bello è la stanza della Badessa, o della Torre, dominata da un grande Crocifisso ligneo quattrocentesca e con una parete affrescata della stessa epoca. L’ultima tappa ci porta a un passato più recente: due sale dell’ultimo piano accolgono il piccolo Museo Etnoantropologico, con un ex voto e attrezzi agricoli, giocattoli e ceramiche che ci raccontano la Agrigento di cento e più anni fa.

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